Prima Bloggata

Pirandello scriveva che farsi passare per pazzi era la cosa più facile del mondo, bastava uscire di casa e cominciare ad essere sinceri. L’analisi è ovvia, le sue implicazioni no.

Ad ogni modo mi sento un po’ triste.

Ero partito nella mia testa con lo scrivere un resoconto frizzante, di come la mia speciale personalità, senza freni e inibizioni, avrebbe brillato sopra la triste e mediocre personalità di qualche burocrate senza nome.

Ma Nebo ha ragione, l’anonimato nella vita, come su internet, non ti rende automaticamente un figo, fa di te, piuttosto, un coglione qualsiasi.

Non dico che bisogna essere “qualcuno” per valere qualcosa, ma certamente, essere dei disadattati non basta.

Quindi, comprensibilmente depresso, torno a casa sperando di mettere in buona prosa i miei frustrati sentimenti, poi il tono di qualcuno mi ha ricordato come l’autocommiserazione sia per i falliti quindi sticazzi.

Oggi sono andato al tribunale di A********.

Perché è un casino di tempo che voglio vedermi un processo o un’udienza.

In teoria è facile; se l’udienza è pubblica basta presentarsi e dire: “voglio vedere questa udienza pubblica.”

In pratica no.

C’hai bisogno di un motivo.

No, essere curiosi non basta.

E io, ovviamente, lo sapevo.

Lo sapevo che per pochi, brevi minuti avrei portato lo scompiglio nella vita del povero custode. Lo sapevo ancora prima di parcheggiare. Nel tragitto in macchina mi ero scritto bene in testa il vanaglorioso resoconto del mio incedere nell’atrio del tribunale, apparire come un incerta e strana creatura agli occhi dei normali, beandomi del mio essere così diverso da loro.

Nel reale avevo la camicia inzuppata dall’imbarazzo.

«Cosa desidera?»

«Vorrei vedere un udienza»

In realtà, la frase, pur nella sua brevità, non è affatto uscita in maniera così coerente, è uscita piuttosto come:

“udienza… vedere… curiosità”

Il tutto poi si svolge da copione.

Mentre a Richard Lewis fischiano le orecchie il panico piomba nell’impiegato.

«Scusi, non ho capito, perché vuole vedere l’udienza?»

«Sono curioso»

«Ma perché?»

«E’ un po’ di tempo che volevo farlo»

Una parte di me vorrebbe rassicurarlo, aggiungere dettagli, tipo “avevo un pomeriggio libero”, “sono appassionato di legal thriller”, “ho trent’anni e ancora non so come funziona una cazzo di città.”

Ma non lo faccio, tengo duro la mia sola motivazione è la curiosità

O meglio ancora “Perché no”

Mi annoio, so che ci sono udienze pubbliche dove la gente discute dei loro casini, non ho un cazzo da fare, perché non farlo?

Passiamo metà della nostra vita a pensare a come impiegare l’altra metà per non pensare a quanto tutto questo non abbia esattamente un senso, quindi perché non smettere di rompersi le palle e fare la prima cosa che ci viene in mente?

Perché non si può. Si ritorna al discorso iniziale. Sulla verità.

Non puoi dire la verità, non puoi farlo. La vita non ha praticamente senso o quanto meno “il senso” non è qualcosa che puoi prendere e ficcare in una borsa. Ma prova a dirlo in giro.

No, ci deve essere qualcosa di più, strutture più strutture, strade su strade che colleghino ogni maledetto pensiero ed aspetto della propria esistenza. Non puoi dire che le strade sono quasi tutte inutili, che saremmo migliori se fossimo un po’ più coraggiosi, un po’ più disposti verso la fatica e la bellezza.

Robert Ervin Howard lo sapeva e si è sparato in testa a trent’anni nel 1936.

Non sono sicuro che le due cose siano correlate.

Quindi ci si affanna a trovare scuse.

A me la cosa non deprime, anzi, la trovo liberatoria. Avete presente Watchmen? (il fumetto, non il film) La tirata di Rorshack che manda in paranoia lo psichiatra? Che nulla ha un senso tranne quello che gli diamo noi?

Ecco a me non manda in paranoia. E’ bello. La vita è un foglio bianco. Anche fossimo un gruppo di germi aggrappati ad un sasso perso in mezzo ad un enorme nulla pieno di piccole sfere che bruciano che cazzo ci frega? Siamo qui, divertiamoci per dio.

Perché vuoi uscire di casa? Curiosità, metti caso che incontri una a cui piaci e a cui piace un casino fare pompini.

Metti caso che incontri una che ti capisce, si è costruita un senso delle cose vicino al tuo e volete guardare il mondo insieme, ridendo e con un cestino di nachos.

Scopando poi fino a quando se ne ha l’occasione e invecchiando insieme con una coppia di tartarughe.

Curiosità.

Non se può fa.

«Qual è il suo nome? E’ il suo cognome quello? Non il nome? Ma io non so, cioè lei è liberissimo, ci mancherebbe, lei può entrare, lo so, ma sono processi penali, magari qualcuno… non lo so, se lei avesse un motivo, la gente viene qua, dice dove vuole andare, che sanno dove devono, quindi non so.

«Sono curioso» Rispondo io.

Messa così sembra che io fossi sereno e sicuro di me, di certo sorridevo come un coglione ed avevo un atteggiamento composto e rilassato.

La verità è che ero imbarazzato a morte. La camicia madida di sudore.

Non sapevo che cazzo altro dire oltre “sono curioso”; non sapevo che cazzo fare.

Ero consapevole, stupidamente consapevole, di essere completamente fuori posto. Non avevo senso lì. Non nell’ottica di tutto quel posto. Di tutta la sua mentalità. Lo sapevo e non sapevo che cazzo farmene di questa consapevolezza.

Ero imbarazzato a morte, davanti a degli estranei mi sono apertamente palesato come uno strambo.

Oh, non che io sia abituato alla mimesi sociale. Una ragazza mi guarda e magari se la luce è giusta mi sorride pure. Tredici secondi di contatto più diretto però fanno capire a chiunque che il tizio di fronte a loro è leggermente spostato a sinistra di quindici gradi sul grande parallelogramma della vita.

Va tutto benissimo.

Ma in un locale, a perdere tempo davanti l’entrata di un bar o un immondo parcheggio eletto da decadi a “piazza giovanile”.

Davanti a persone reali, nei loro ruoli, nell’esercizio delle loro funzioni, da adulto…

Ero un povero coglione imbarazzato.

«Ma quale udienza vorrebbe assistere?» L’impiegato sempre più imparpagliato. Ordina scartoffie, parla ad un centralino, si agita, mi guarda negli occhi, si sistema il colletto della camicia.

«Non lo so» Rispondo con sorriso ebete.

Da persona più sicura potrei rispondere: “qualsiasi va bene, sono qui solo per osservare come funziona un processo, magari quella in cui disturbo bene, cioè meno, vorrei entrare in quella dove è appena salita la biondona con sguardo da concorrente di uomini e donne e corpicino uguale”

Invece “non lo so, sono solo curioso”

Vabbeh Lanfranco, vabbeh…

Ad una certa si chiede alla guardia giurata all’ingresso.

KSM, servizio privato di sicurezza. Sono in due, un cinquantino sovrappeso ma dall’imponente aspetto di un carabiniere in disuso ed una donnona, sulla quarantina credo, bionda, più larga di molti, molti centimetri rispetto all’uomo e notevolmente più bassa.

In caso di pericolo non ho idea di cosa potrebbe fare, a parte rovinare addosso al malcapitato, stroncata da un infarto per l’improvvisa botta di adrenalina.

Un problema comunque comune a due terzi delle forze dell’ordine, private o no, da quanto si vede in giro.

La guardia comunque mi ispira simpatia.

In una tirata su come ci mandi nel panico non avere forti leggi e motivazioni alle nostre spalle potrebbe suonarvi strano provare simpatia per un militare.

La verità è che la gente (sì, voi, coglioni) non ne è capisce un cazzo.

Un militare è, quasi sempre, una persona che si sa gestire quindi glie ne frega cazzi a lui. C’hanno poche regole. Quelle indispensabili, perché se ti fermi troppo a pensare, un proiettile vola dall’aria nel tuo cervello e allora meglio non sprecare tempo.

“Il tizio può salire? Sì. E’ armato? No. Quindi fagli salire le scale e basta.”

«Ma non sa in che aula andare e non deve andare da nessuna parte»

«Se la sbriga lui»

Come ho detto, a me ha fatto subito simpatia.

Ma non se ne è potuto fare niente. Il custode ha continuato per altri due minuti con la sua tiritera, che senza motivazione lui non sapeva.

Non specificava cosa non sapeva, se si poteva salire, se era consentito, se era normale nell’universo mondo che qualcuno volesse andare in una stanza solo perché è lì. Non lo sapeva e non finiva la frase.

Qui faccio una cosa di cui tutt’ora mi vergono profondamente. Do un accenno di spiegazione. Non volevo farlo. Mi sono detto che lo facevo per altruismo, per togliere di impiccio quel povero impiegato, gli do una motivazione razionale.

«Sono uno scrittore, avrei bisogno di materiale per i miei racconti»

Alza gli occhi dai due o tre fogli che continua a mettere a posto. «Ah giornalista?» La cosa ai suoi occhi pare acquisire un senso, seppur vago, un binario, una traccia sulla quale camminare.

«No, romanziere.» Dico io, uscendomi, non so come, questa abominevole puttanata di definizione non so da qualche buco di culo d’inferno.

«Ah no, beh, non so. Lei potrebbe anche dirmi di essere il presidente della… non so cioè, non è che non voglio farla salire, ma non so»

E nemmeno io.

Non sa il brav’uomo. Oddio non voglio far capire che il tipo in questione sia sprofondato nel panico più nero eh. Era tra il confuso e il nevrotico andante, ma nulla di più di un impiegato qualsiasi che d’improvviso non trova il modulo necessario per la pratica e non riesce a svolgere il suo ruolo e la sua funzione nella vita. Nel suo manuale c’era semplicemente una pagina mancante e non sapeva come gestire la cosa.

Potevo semplicemente dire: “guardi, ha il mio nominativo, salgo e mi siedo nella prima aula che trovo.” Ma nemmeno io sapevo bene cosa fare.

Ci viene d’aiuto la guardia giurata. Chiama di sopra.

Non posso entrare, tutte le udienze sono chiuse al pubblico, di pomeriggio tengono prevalentemente solo quelle.

Sollievo da parte del custode. Il tipo qualsiasi senza altre motivazioni se non la sua curiosità, non può entrare, non otterrà quello che desidera. Ritorni domani mattina. Le udienze sono pubbliche e:

«Sono di più, capisce»

Capisco, se sono di più e c’è molto più movimento, è estremamente più semplice per un tipo qualsiasi perdersi nell’anonimato della folla di persone che sono lì dentro con un motivo.

«Capisce? E’ più facile, ci sono più persone e potrà entrare senza problemi»

Dice proprio così, ci sono più persone; la discriminate è il numero di individui, rispetto all’aula semi deserta del lunedì pomeriggio.

Ringrazio e sempre con il mio orribile sorriso stampato sulla faccia, il sorriso del bravo ragazzo di fronte agli adulti, un’espressione di me stesso (che mi reputo tanto superiore) che odio profondamente ed esco.

Il metal detector lancia il suo “hei!” elettronico, ma nessuno lo considera.

Sono fuori che passeggio. Il caldo vento di questo torrido inizio estate mi asciuga il sudore sotto la camicia. Fortuna che il lino è un tessuto che respira. Il sole comincia con tensione e violenta determinazione ad arrostirmi la pelle del viso. Salgo in macchina e guido.

Mi incazzo. Ma mi incazzo solo ora, perché è preferibile alla stupida tristezza che ho provato da subito. E mi incazzo (vabbeh esagerato, mi arrabbio) con me stesso. L’imbarazzo genera tristezza, il sentirsi fuori posto non è, di base o spesso, una bella sensazione.

Lo millantano i coglioni anonimi che si flagellano in pubblico di quanto sia bello essere alternativi e fuori dal branco. Sono vaccate, dette da chi non lo ha mai provato veramente. Fuori dal branco si sta scomodi, si sta freddi e si sta in pericolo. Fuori dal branco ci finiscono i più coglioni e più deboli, spinti affinché diventino carne da macello per i predatori lì fuori.

Ma di certo sempre mille volte meglio che essere in testa al branco senza riuscire a capirne una minchia di dove si sta correndo e perché.

Però che cazzo, un po’ un povero stronzo, alla fine ti ci senti.

E questo è il quadro. Sentirsi un povero stronzo. Volevo fare qualcosa di diverso. Ovviamente quando immagini, non ci sei realmente tu. Il tuo Io sta lì allo specchio, ma non ci sei tu al gran completo. Niente fatica, paura, vergogna. Grazie al cazzo direte voi, ma ci vuole sempre un po’ per capire le cose più semplici.

Mi mostro e agisco per quello che sono, uno che vuole seguire solo la sua curiosità e il suo interesse. Vedo infrastrutture e regole attorno a me. Ma non mi interessano. Me ne frega così poco che non ho nemmeno interesse ad abbatterle. Le capisco. Ognuno ha il diritto di farsi la vita come cazzo vuole. Un modo di vivere comune è più semplice, a me non interessa ma nessun rancore, perché niente ti è realmente dovuto ed è sacrosanto, ad un certo punto, che sia così.

Quindi mi mostro per ciò che sono e mi sento un povero stronzo. Ma dal momento che l’autocommiserazione è da sfigati (oltre ad essere una perdita di tempo) mi guardo in giro, trovo gente che il proprio vessillo da “freak” lo tiene ben alto e cerco di essere arrabbiato con me stesso piuttosto che depresso.

Del resto mi sono alzato il culo dalla sedia, non ho speso un altro pomeriggio a menarmelo stando sul letto e ho vissuto fuori dalla mia testa.

Domani mattina, ci ritorno. Voglio riuscire ad alzarmi ad un orario da uomo normale e sarò di nuovo li.

Voglio vedere come la prende questa volta il custode…

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